Il primo raid fluviale Bologna-Cervia (13/aprile/2007)

Dal 13 al 15 aprile, prima lungo il Canale Navile, poi seguendo il fiume Reno, fino all’attraversamento delle saline di Cervia

di Andrea Dal Cero

Venerdì prossimo andiamo al mare. Ma non prendiamo l’autostrada e nemmeno gli Stradelli Guelfi. Al mare, almeno per questa volta, ci andiamo per vie d’acqua. Riapriamo simbolicamente un percorso che per secoli ha garantito a Bologna l’esportazione dei suoi migliori manufatti e l’arrivo in città delle risorse e dei prodotti, primo tra tutti il sale delle saline di Cervia, di cui era carente. Non sarà un viaggio facile né comodo: ci sarà infatti anche troppo spazio per l’avventura e per l’improvvisazione. Ma la determinazione di arrivare davvero al mare partendo dalla prima periferia di Bologna è talmente forte da spianare ogni tipo di ostacolo. Lungo le sponde del canale Navile saranno presenti, altre alla miniflotta di canoe che davvero coprirà tutto il percorso in acqua, folte squadre di ciclisti e podisti, nonché una squadra di scariolanti e, notizia dell’ultima ora, anche cinque bersaglieri ciclisti con biciclette d’epoca.

I particolari della spedizione, presentata ieri nella sala stampa di Palazzo d’Accursio, sono ancora in via di definizione dal momento che molte associazioni, club, e rappresentanze del territorio stanno anche in queste ore salendo a bordo dell’iniziativa. Solo le tappe del percorso sono certe.

(il logo dei gaffisti bolognesi – Conferenza stampa a Palazzo d’Accursio. L’assessore allo sport, ambiente e protezione civile Anna Patullo, l’ingegner Pier Luigi Bottino, l’assessore alla mobilità e lavori pubblici Maurizio Zamboni e Andrea Dal Cero, commodoro gaffista, che presenta ufficialmente il logo dei Gaffisti bolognesi.  Foto di Pasquale Spinelli )

Venerdì 13 aprile, prima tappa: dal pelago della chiusa di Corticella a Malalbergo, attraversando i comuni di Castel Maggiore, Argelato, Bentivoglio e San Pietro in Casale. Appuntamento in acqua per le canoe a mezzogiorno e alle 13 alla Cà Bura per ciclisti, podisti e quant’altro. Sabato 14, seconda tappa: da Malalbergo ad Argenta, dal ponte della via Ferrarese e lungo il Reno fino all’oasi naturalistica di Campotto. Domenica 15, ultima tappa: da Argenta al traghetto di Sant’Alberto, sempre seguendo il Reno e lungo le Valli di Comacchio. Seguirà poi un trasferimento su strada, per l’arrivo simbolico in pompa magna, con ripartenza dalla Madonna del Pino di Savio e l’attraversamento delle saline di Cervia, dove il raid si concluderà con una grande festa a cui parteciperanno le amministrazioni del territorio, le associazioni ed i protagonisti superstiti del viaggio.

Che Bologna sia una città di mare è quanto sostengono da sempre i GAF (gruppi di azione fluviale) che parteciperanno con un loro equipaggio alla spedizione. “Rivogliamo il porto in via del Porto, i mulini in via delle Moline e il canale in via Riva Reno” ci fanno sapere per l’occasione. In effetti il canale Navile, che è stato tanto importante per la città in secoli non troppo lontani, può rappresentare oggi un’autentica ipotesi di viaggio psicologico e reale attraverso un territorio che corre il rischio, ogni giorno di più, di smarrire il senso della sua storia.

Bologna, città dei canali

Bologna è una città indissolubilmente legata all’acqua e ai suoi percorsi. Le prime aggregazioni villanoviane nacquero infatti sulle sponde del torrente Aposa, unico corso d’acqua naturale che attraversa la città. Anche oggi l’Aposa entra in Bologna tra porta Castiglione e Porta San Mamolo e poi, completamente tombato, scorre verso nord per più di sette chilometri fino ad immettersi nel canale delle Moline. Dal ponte sul Savena a San Rufillo si può ancora vedere la chiusa che origina il Canale di Savena: interamente tombato il canale raggiunge il centro storico seguendo via Murri fino ai Giardini Margherita e poi piega in direzione nord scorrendo parallelo al torrente Aposa in cui finisce per confluire tra via del Cestello e via San Domenico. Ma è dalla chiusa sul Reno a Casalecchio che Bologna riceve la maggior parte dell’acqua che ha reso possibile il suo sviluppo. Da qui nasce infatti il Canale di Reno che entra tutt’ora in città da ovest scorrendo per via della Grada e via Riva Reno. All’altezza dell’attuale via Marconi si divide in due rami. Il primo continua verso est dando origine al canale delle Moline che prosegue lungo via Riva Reno, poi parallelamente a via Augusto Righi, per piegare poi a nord lungo via Capo di Lucca fino a superare i viali di circonvallazione e tornare in direzione ovest fino a congiungersi col canale Navile alla chiusa della Bova. Il secondo piega subito a nord formando il canale Cavaticcio (il suo salto d’acqua di 14 metri è sfruttato oggi dalla centrale idroelettrica di Largo Caduti del Lavoro) che alimenta il canale Navile nel punto dove prima sorgeva il porto di Bologna, in fondo all’attuale via del Porto, e continua ricongiungendosi al canale delle Moline alla Bova ed iniziando il suo percorso verso nord fino a Malalbergo.

Riaperta la via d’acqua da Bologna al mare

Tanti anni sono passati da quando, frugando tra i rovi e l’erba alta, trovai una bitta conficcata per terra sotto il ponte di via Bovi Campeggi. Una bitta semplice, d’acciaio essenziale, non più alta di venti centimetri. Vicino a lei, grande come una gatta, una sfinge artigianale in calcestruzzo indicava il Nord con un’espressione indefinibile sul volto antropomorfo. Nel suo basamento erano inseriti simboli cabalistici, massonici, esoterici: roba per iniziati o perditempo. Comunque seguii il suo sguardo e in linea retta trovai un’altra bitta ancora ben salda su un vecchio muro di mattoni. Proprio lì al sostegno della Bova, a due passi da Porta Lame, iniziò il mio rapporto con il Navile. Cominciai a seguirlo interpretando la toponomastica e percorrendo le sue restare. Scoprii le conche di navigazione che a Bologna abbiamo sempre chiamato sostegni, incontrai opere idrauliche antiche di secoli e tutt’ora ricche di grande fascino. La maestosità del Battiferro, vecchio paraporto di Bologna, la meraviglia del sostegno del Torreggiani, l’attuale miseria del sostegno del Landi, il sostegno Grassi con il suo Ponte della Bionda e la bella gente che ci vive attorno, il pelago di Corticella, e poi sempre più a Nord verso Bentivoglio fino a Malalbergo dove finiva la prima tappa del viaggio e nel vecchio porto si trasbordavano le merci su battelli più grandi per raggiungere il mare. Il pensiero di ripercorre quella via d’acqua mi ha accompagnato nel tempo e oggi sono qui per dimostrare che è possibile farlo. Oggi andiamo al mare seguendo il Navile e il fiume Reno: riapriamo la strada, ci riappropriamo di una fetta della nostra storia.

Venerdì 13 aprile, primo giorno

Mezzogiorno al sostegno di Corticella. Il Canoa Club di Bologna è già schierato sulla sponda quando Claudio Pollini e io ci presentiamo reggendo i maniglioni di un’improbabile canoa di tipo  canadese che reca a prua le insegne dei GAF, i gruppi di azione fluviale (siamo gaffisti, sosteniamo che Bologna è una città di mare e siamo qui per dimostrarlo).

Il Consorzio della Chiusa di Casalecchio ha mantenuto la promessa: di acqua ce n’è parecchia e non sembra neanche troppo sporca. Mentre noi siamo qui, al laghetto della Cà Burà si stanno radunando i podisti e i ciclisti che seguiranno la spedizione sulle sponde e sugli argini: li incontreremo strada facendo. Pier Luigi Bottino fa gli onori di casa, l’assessore provinciale alla mobilità Graziano Prantoni sta arrivando, fotografi e operatori video si fanno in quattro per cogliere l’attimo.

Sono impaziente: mettiamo la canoa in acqua, prendiamo posto oscillando pericolosamente e ci affidiamo alla corrente. Partiamo per primi soprattutto perchè non siamo in grado di mantenere fermo il nostro mezzo che non ne vuol sapere di tenersi dritto e orizzontale sull’acqua. Io davanti e Pollini dietro diamo il primo colpo di pagaia ed improvvisamente la nostra percezione del mondo cambia: non siamo più a Corticella, siamo entrati in un non luogo, stiamo vivendo altrove e ci stiamo muovendo con ritmi completamente diversi da quelli di sempre.

Alla prima ansa il mondo conosciuto scompare e i rumori si fanno lontani. Una tartaruga grande come un pallone da calcio affiora alla mia destra, fa un respirone e pigramente si lascia risprofondare nell’acqua. Rimango a bocca aperta per lo stupore ma subito sono preso dalla teoria di paperelle che ci taglia la strada senza timore.

Al primo ponte, sotto via di Corticella, sperimentiamo “l’effetto Venturi” a cui ci eravamo teoricamente preparati, ma sfreghiamo ugualmente la spalletta e rischiamo il naufragio sotto gli occhi di un gruppetto di persone che ci guardano attonite.

L’acqua è pulita e la fauna è varia fino a valle del depuratore che, prima del ponte di via Di Vittorio, ci investe da destra con un fiume di schiuma scura e puzzolente. Quelli che seguono sono chilometri di assenza di animali e di disagio. Mentre pagaiamo nella schiuma veniamo raggiunti dai primi canoisti professionali. “Avete anche l’arco e le frecce?” ci chiede sadicamente uno di loro mentre ci  sorpassa, riferendosi alla forma del nostro scafo.

A nord del Center Gross, subito dopo l’intersezione con la Trasversale di Pianura, incontriamo il primo ostacolo e conosciamo Moreno Prandini, leader riconosciuto dei canoisti, che ci avvisa che più avanti c’è un sifone che non avrebbe dovuto esserci ma che comunque ci impedisce di passare: dobbiamo trasbordare e passarlo sull’argine. Scendere nel fango e arrampicarsi tra le ortiche e il sottobosco sembra sia una cosa abbastanza normale per i canoisti; Pollini ed io ci adeguiamo seguendo i consigli di Moreno che ci aiuta anche fisicamente a scendere senza finire nell’acqua ancora impastata dalle schifezze del depuratore.

Duecento metri in mezzo all’erba medica e si riparte in flotta per Bentivoglio. Ci arriviamo dopo aver costeggiato per un paio d’ore via Saliceto. Subito prima del paese, all’altezza del diversivo che dà origine al canale artificiale che scorre in direzione est, è stato realizzato un approdo adeguato che ci consente di prendere terra agevolmente.

Ci viene incontro prima una squadra di bersaglieri ciclisti a cavallo di biciclette d’epoca e poi un’intera compagnia di scariolanti ravennati giunti per l’occasione. Sotto gli archi di quello che a Bentivoglio chiamano il Palazzo Rosso, sede del Centro Anziani Il Mulino, è festa grande. Facciamo merenda tutti assieme: canoisti, ciclisti, podisti, bersaglieri, scariolanti e gente del posto. “Una festa così non l’avevo mai vista” mi dice soddisfatta e premurosa una improvvisata barista del centro anziani.

Umberto, la nostra squadra di assistenza a terra, ci raggiunge e ci aiuta a rimettere in acqua la canoa. Ripartiamo sul Navile che da qui a Malalbergo ha una portata assai ridotta. La stanchezza comincia a farsi sentire. Dai ponti ci gridano che siamo quasi arrivati, ma l’ultimo tratto parallelo alla via Ferrarese sembra non finire mai. Arriviamo a Malalbergo alle sei del pomeriggio. C’è tanta gente, c’è perfino la banda del paese; ma è l’approdo che non c’è. L’equipaggio davanti a noi finisce nel fango assieme a un eroico vigile urbano che si fa in quattro per aiutarci. A noi va meglio ed è l’ingegner Bottino a sprofondare a mezza gamba tendendoci una fune. La prima tappa è conclusa: la via al mare è aperta. Da qui in poi c’è solo il Reno e l’Adriatico non può sfuggirci.

 

Sabato 14 aprile, secondo giorno

Mentre a Valencia sfilano gli scafi della Coppa America i canoisti si infilano nel Reno a Passo Segni. L’arrivo di oggi è ad Argenta: facile per i ciclisti, lontana per i podisti, lontanissima per chi viaggia sull’acqua.

A Santa Maria Codifiume, pago delle mie performances e avendo dimostrato la possibilità di navigare il Navile, lascio Pollini e Umberto e mi unisco all’organizzazione del Comune di Bologna cercando di rendermi utile. I ciclisti della Kiccècè di Bologna, del Monte Sole Bike Group e del Circolo Matelda transitano ancora freschissimi, i podisti arrancano soddisfatti; i canoisti pagaiano indietro. Più avanti c’è un punto di trasbordo obbligato e bisogna organizzare un approdo.

La situazione la risolve la corda che l’ingegner Walther Vignoli tiene nel bagagliaio dell’auto. Uno alla volta tiriamo a riva i nostri canoisti e li aiutiamo a rientrare in acqua dopo lo sbarramento. Nel pomeriggio il sole comincia a scottare mentre già si sente qualche zanzara girare attorno minacciosamente.

C’è il tempo, per noi a terra, di visitare il cantiere idrovoro di Saiarino di proprietà della Bonifica Renana: il centro di controllo di un immenso sistema di vasi comunicanti che, mentre gestisce il livello dell’acqua su un’area di 1.280 chilometri quadrati, è anche capace di raccontare la storia di una recente archeologia industriale imperniata sulle opere idrauliche.

Alle sei e mezza del pomeriggio arriva la richiesta di aiuto dei nostri navigatori estremi: non hanno un punto dove prendere terra e gli argini sono altissimi. Organizziamo una squadra a cui si uniscono anche due dipendenti della Bonifica Renana e, sempre grazie alla corda di Walther, riusciamo a tirarli fuori applicando tecniche prese a prestito dagli antichi egizi.

Questa sera l’acquartieramento è all’ostello di Campotto, mente il posto di comando è al bar tabacchi. La tabaccaia ricorda i tempi in cui lavorava a Bologna da Nannucci e mi dice che “i primi tempi, qui, mi mancava il traffico”.

Paolone, canoista col sombrero, suona la ritirata col suo flicorno, ma nonostante la stanchezza accumulata nessuno ha ancora voglia di andare a letto. Si parla di posti lontani, di rapide superate, si cercano le stelle in cielo. Imparo che esiste una costellazione, Ofiuco, che non ha dato il nome ad un segno astrologico: “Non l’hanno mai inserita nello Zodiaco perchè così, con dodici costellazioni e dodici mesi, è più facile fare gli oroscopi” mi sussurra in odore di carboneria un irriducibile della pagaia.

Domenica 15 aprile ultimo giorno

Al ponte di Madonna del Bosco c’è un cippo dedicato alla Colonna Wladimiro della Divisione Ravenna: partigiani che a questo ponte “combatterono i nazifascisti e vinsero”. Mi piace quel “…e vinsero”.

Un cartello turistico indica il traghetto di Sant’Alberto e lo dà ad otto chilometri e mezzo. E’ da poco passato mezzogiorno e da questo punto di ristoro sono già transitati i ciclisti mentre i podisti arrivano alla spicciolata bruciati dal sole. Le canoe sono ancora molto indietro.

Ci spostiamo all’arrivo seguiti da un gruppo di cavalieri che si uniscono a noi nell’ultimo tratto. Quando arriviamo i ciclisti stanno già facendo merenda. Alle due meno cinque del pomeriggio Iside Bentivogli, una casa piena di medaglie vinte il tutto il mondo e anima del Gruppo Podistico Sagittario, scende per ultima dal traghetto attraversando il Reno dopo essersi preoccupata di non aver lasciato indietro nessuno dei suoi podisti.

Alle cinque sento il flicorno di Paolone suonare la carica sul fiume: arrivano i canoisti. Da Bologna hanno finalmente raggiunto il mare!

Qualcuno, qui intorno, chiede chi di loro sia arrivato primo e i nostri navigatori lo guardano come se avessero visto un marziano. Non lo sanno proprio se qualcuno di loro è arrivato prima degli altri: non ci hanno fatto caso, non è assolutamente importante. L’unico loro problema è quello di contarsi, riconoscersi, verificare che nessuno sia rimasto nel fiume. Poi è il momento della gioia, della soddisfazione, delle foto di gruppo, delle interviste. Un giornalista di Rai tre chiede a Mirko se, dal momento che ora la via è aperta, ci sia spazio in futuro per i motoscafi sul Navile. “Io penso piuttosto al fotovoltaico, all’idrogeno… Dobbiamo pensare a qualcosa di diverso, di bello, di sostenibile” gli risponde lui guardando me con aria complice. Conosco Mirko da due giorni e già sono orgoglioso di lui.

Dopo l’ultimo ristoro alle saline di Cervia mi infilo nell’auto di Mario Rebeschini che mi riporta a casa. La via del ritorno è piena di vacanzieri: un ingorgo dopo l’altro mentre il sole al tramonto ci ferisce gli occhi. Io ripenso al fiume, al canale; a un altro viaggio possibile nel tempo e nello spazio.

  (Le foto del servizio sono di Mario Rebeschini)

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Gaffista si diventa, non si nasce. Lo si diventa mantenendo la capacità di sognare e allo stesso tempo la voglia di approfondire. Perchè le nostre convinzioni hanno la tranquillità del pescatore e la determinazione del lupo di mare. Non esiste corso d’acqua fino al mare sulla sponde del quale non ci siamo fermati a studiare e a sognare. A piedi, in barca, in auto, in tutti i modi: l’importante è seguire il corso della corrente. L’inchiesta giornalistica, la ricerca storica, la tutela ambientale e la rilevanza sociale sono l’oggetto della nostra attività. I Gruppi di Azione Fluviale si sono battuti a favore dell’acqua pubblica e contro il ritorno all’impiego dell’energia nucleare quando sembrava che vincere quei referendum fosse impossibile. Dimostrando una volta di più che ogni cosa è possibile se la desideri con onestà intellettuale e determinazione. La nostra sede è a Bologna, ma ci sono molti gaffisti disseminati sul territorio da Torino al Delta del Po, mettiti in contatto con noi. L’avventura può iniziare oggi anche per te.
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